L’opera nasce come riflessione sulla capacità dell’umanità di attraversare le grandi trasformazioni climatiche della propria storia, dalle glaciazioni preistoriche al surriscaldamento globale contemporaneo. Ispirata al patrimonio archeologico di Grotta Paglicci, non rappresenta eventi specifici ma costruisce un’allegoria del rapporto tra uomo, natura e tempo. Alla base, la calcite cristallina richiama il ghiaccio delle glaciazioni, periodi durante i quali l’uomo trovò riparo a Grotta Paglicci. Da questa matrice minerale emerge un tronco secco di castagno monumentale, tipico della Foresta Umbra e simbolo di memoria, resilienza e continuità attraverso il mutare del clima. In alto, un grande cardo si apre come un sole, evocando il surriscaldamento globale. Pianta tenace degli ambienti più aridi, rappresenta insieme la fragilità degli equilibri naturali e la capacità della vita di adattarsi alle condizioni più estreme. Accanto al tronco, il cervo – figura ricorrente nell’immaginario paleolitico – custodisce tra le sue corna un ciottolo inciso proveniente da Grotta Paglicci, simbolo della nascita del pensiero, della memoria e delle tracce del passaggio dell’uomo. L’insieme degli elementi costruisce un percorso che dal mondo minerale conduce a quello vegetale, animale e umano, suggerendo come la sopravvivenza non dipenda dalla forza ma dalla capacità di adattarsi, trasformarsi e trasmettere conoscenza attraverso il tempo. L’opera vuole così evocare la memoria del clima e la lunga storia di adattamento che lega l’uomo al proprio ambiente.